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I gatti imparano le parole più velocemente dei neonati: lo studio della dottoressa Saho Takagi

I gatti imparano le parole più velocemente dei neonati: lo studio della dottoressa Saho Takagi

I gatti imparano le parole: la scoperta che ribalta tutto quello che pensavamo

Quante volte hai chiamato il tuo gatto per nome e ti sei chiesto se davvero capisce, o se finge semplicemente di non sentire? La risposta, almeno in parte, arriva da uno studio pubblicato su Scientific Reports nel mese di ottobre 2023: i gatti imparano parole — o meglio, formano associazioni tra parole e immagini — circa quattro volte più velocemente dei bambini piccoli. Un risultato che ha sorpreso anche i ricercatori e che apre una finestra affascinante sulla mente felina, spesso sottovalutata rispetto a quella canina.

Lo studio: chi l’ha condotto e cosa ha misurato

La ricerca è firmata dalla dottoressa Saho Takagi, ricercatrice dell’Università di Kyoto nell’ambito del prestigioso Hakubi Project, un programma dedicato a ricercatori di talento con approcci innovativi e interdisciplinari. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Scientific Reports, ha coinvolto trentuno gatti domestici giapponesi e si è concentrato su una capacità specifica: la formazione di associazioni tra parole e immagini.

Questa abilità — collegare un suono linguistico a un referente visivo — è considerata dagli studiosi uno dei mattoni fondamentali dell’apprendimento del linguaggio. Non si tratta di capire la grammatica o la sintassi, ma di riconoscere che una certa sequenza di suoni corrisponde a un certo oggetto o individuo. È, in sostanza, il primo passo verso il vocabolario.

Il confronto con i bambini umani non è casuale: i ricercatori hanno misurato la velocità con cui i gatti riescono a stabilire queste associazioni e l’hanno paragonata ai dati disponibili sullo sviluppo linguistico precoce nei neonati e nei toddler. Il risultato? I gatti formano queste connessioni circa quattro volte più rapidamente dei bambini nella stessa fase di apprendimento.

Per chi vuole approfondire i dettagli dello studio originale, il testo completo è disponibile attraverso PubMed Central (NIH), la piattaforma open access del National Institutes of Health americano.

Perché i gatti imparano parole in modo così diverso dai cani

Una delle rivelazioni più interessanti dello studio riguarda il come i gatti imparano parole, che risulta profondamente diverso dal meccanismo dei cani. I cani, nella maggior parte dei casi studiati, sviluppano associazioni tra parole e oggetti attraverso l’addestramento strutturato: ripetizione, rinforzo positivo, premi. È un processo che richiede tempo, pazienza e una collaborazione attiva tra il cane e il suo proprietario.

I gatti, invece, sembrano fare qualcosa di più sottile e, in un certo senso, più autonomo: formano associazioni attraverso comportamenti silenziosi come lo sguardo. Osservano, registrano, collegano — senza che nessuno li stia esplicitamente insegnando. Questo significa che il tuo gatto probabilmente sta imparando molto più di quanto tu creda, semplicemente vivendo accanto a te e prestando attenzione a quello che succede intorno a lui.

Questa differenza è cruciale, perché cambia radicalmente la nostra interpretazione del comportamento felino. Quando un gatto non risponde al proprio nome, non è necessariamente perché non capisce: potrebbe semplicemente scegliere di non reagire, il che è tutta un’altra cosa. La comprensione c’è; la compliance è opzionale. Chi convive con un gatto lo sa bene.

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I gatti riconoscono i nomi senza essere addestrati

Un altro dato emerso dalla ricerca è particolarmente sorprendente: i gatti sono in grado di riconoscere i nomi di individui familiari senza alcun tipo di addestramento formale. Non hanno bisogno di sessioni di training, di clicker o di bocconcini per associare un nome a una persona o a un altro animale che conoscono. Lo fanno in modo naturale, attraverso l’osservazione quotidiana della vita domestica.

Questo suggerisce che i gatti costruiscono una mappa cognitiva del loro ambiente sociale — riconoscono chi fa parte del loro gruppo, associano nomi e voci a volti e presenze fisiche, e tengono traccia di queste informazioni nel tempo. Non è un apprendimento passivo o accidentale: è un processo attivo, anche se silenzioso.

Pensaci: ogni volta che chiami un familiare per nome in presenza del tuo gatto, lui sta potenzialmente registrando quella informazione. Ogni volta che dici “è arrivata la nonna” o “dov’è Micio?”, stai contribuendo inconsapevolmente al vocabolario del tuo felino. È una prospettiva che rende la convivenza con un gatto ancora più ricca e stratificata.

Cosa significa “associazione parola-immagine” per un gatto

Per capire appieno la portata di questa scoperta, vale la pena soffermarsi su cosa si intende esattamente per associazione parola-immagine, e perché è considerata così importante dagli studiosi del linguaggio e della cognizione animale.

Quando un bambino impara la parola “mela”, non sta semplicemente memorizzando una sequenza di suoni: sta collegando quel suono a un concetto visivo, tattile, olfattivo. Sta costruendo una rappresentazione mentale condivisa con gli altri membri della sua comunità linguistica. Questa capacità di mappare suoni su concetti è il fondamento di qualsiasi sistema comunicativo complesso.

Che i gatti mostrino questa stessa capacità — e la mostrino con una velocità superiore a quella dei bambini umani — è scientificamente rilevante per diverse ragioni. Prima di tutto, suggerisce che la capacità di apprendimento simbolico non è esclusiva degli esseri umani né dei primati, ma è distribuita in modo più ampio nel regno animale. In secondo luogo, indica che i gatti hanno sviluppato, nel corso della loro coevoluzione con gli esseri umani, strumenti cognitivi specifici per navigare il mondo sociale e linguistico in cui vivono.

I gatti domestici convivono con gli esseri umani da millenni. In quel lungo arco di tempo, quelli che riuscivano a capire meglio i loro compagni umani — a interpretare segnali vocali, a riconoscere nomi, a leggere le intenzioni — avevano probabilmente vantaggi concreti in termini di accesso al cibo, alla protezione e alle cure. L’intelligenza sociale felina, in altre parole, potrebbe essere in parte il risultato di una pressione evolutiva legata alla convivenza con noi.

Sfatare il mito del gatto “stupido” o “indifferente”

Per decenni, la ricerca sulla cognizione animale si è concentrata soprattutto sui cani, sui primati e su alcune specie di uccelli come i corvidi. I gatti sono stati a lungo trascurati, in parte perché sono animali difficili da studiare in laboratorio: sono meno inclini a cooperare con gli sperimentatori, si stressano facilmente in ambienti non familiari e tendono a non performare bene in contesti artificiali.

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Questo ha portato a una sottostima sistematica delle loro capacità cognitive. La ricerca della dottoressa Takagi e del suo team contribuisce a correggere questo squilibrio, portando dati concreti là dove prima c’erano solo aneddoti e impressioni. I gatti imparano parole, riconoscono individui, formano mappe cognitive del loro ambiente sociale: non sono animali passivi o privi di vita interiore, ma soggetti cognitivi attivi con capacità sorprendenti.

Questo non significa, ovviamente, che i gatti capiscano il linguaggio umano nel senso pieno del termine. Non elaborano la sintassi, non comprendono le sfumature semantiche, non seguono ragionamenti astratti. Ma la capacità di associare parole a referenti — che è esattamente quello che lo studio ha misurato — è già di per sé un risultato notevole, e molto più di quanto la maggior parte delle persone avrebbe attribuito a un animale tradizionalmente considerato solitario e poco comunicativo.

Per chi desidera leggere una sintesi accessibile e ben documentata della ricerca, Science Alert ha pubblicato un articolo dettagliato che ripercorre i principali risultati e le loro implicazioni.

Implicazioni pratiche per chi vive con un gatto

Cosa cambia, concretamente, per chi condivide la casa con uno o più gatti? Probabilmente più di quanto si pensi. Se i gatti imparano parole attraverso l’osservazione quotidiana e non attraverso l’addestramento formale, allora il modo in cui parliamo, ci muoviamo e interagiamo con loro ha un impatto reale sulla loro comprensione del mondo.

  • Usa il nome del tuo gatto in modo coerente. Se lo chiami con nomi diversi in momenti diversi, stai rendendo più difficile per lui costruire un’associazione stabile. Un nome, usato con costanza, diventa un ancoraggio riconoscibile.
  • Parlagli durante le attività quotidiane. Non serve fare lezioni formali: il tuo gatto apprende mentre osserva. Commentare quello che stai facendo — “adesso ti do da mangiare”, “andiamo fuori” — può contribuire a costruire un vocabolario condiviso nel tempo.
  • Non interpretare il silenzio come incomprensione. Se il tuo gatto non risponde quando lo chiami, non significa necessariamente che non abbia capito. Potrebbe aver capito benissimo e aver deciso che non vale la pena alzarsi dal divano. Sono due cose molto diverse.
  • Rispetta i tempi di apprendimento individuali. Trentuno gatti sono stati coinvolti nello studio, e come in ogni popolazione ci sono variazioni individuali. Alcuni gatti sono più attenti, più curiosi, più sociali di altri. Non esiste un “gatto medio” e il tuo felino potrebbe avere un suo ritmo specifico.
  • Crea un ambiente linguisticamente ricco. Non si tratta di insegnare comandi militari, ma di offrire al tuo gatto un contesto in cui le parole abbiano senso e coerenza. La ripetizione naturale, nel corso della vita quotidiana, fa già molto.

La ricerca sulla mente felina: dove siamo e dove stiamo andando

Lo studio della dottoressa Takagi si inserisce in un filone di ricerca più ampio sulla cognizione felina che negli ultimi anni ha prodotto risultati sempre più interessanti. I gatti sono stati a lungo considerati animali asociali, poco adatti alla vita di gruppo e scarsamente interessati alle interazioni con gli esseri umani. Questa visione è stata progressivamente rivista alla luce di ricerche che mostrano come i gatti domestici abbiano sviluppato forme di comunicazione specificamente orientate verso gli esseri umani — come il particolare tipo di miagolio che usano solo con noi, e non con altri gatti.

Il fatto che i gatti imparano parole attraverso meccanismi propri, diversi da quelli dei cani ma non meno efficaci, suggerisce che ogni specie ha sviluppato le sue strategie cognitive in risposta al suo ambiente e alla sua storia evolutiva. Studiare queste differenze non serve solo a soddisfare la curiosità scientifica: aiuta a capire meglio come comunicare con gli animali con cui viviamo, come rispettare le loro esigenze e come costruire relazioni più consapevoli e soddisfacenti per entrambe le parti.

La ricerca sulla mente felina è ancora giovane e molte domande restano aperte. Quante parole può imparare un gatto nel corso della sua vita? Esistono differenze legate all’età, al sesso, alla razza o all’esperienza sociale? Come si confronta la capacità di apprendimento dei gatti che vivono in casa con quella dei gatti semi-selvatici o randagi? Sono tutte domande che studi futuri potranno affrontare, costruendo su questa base solida.

Un invito a guardare il tuo gatto con occhi nuovi

La prossima volta che il tuo gatto ti fissa mentre parli al telefono, o gira la testa quando sente pronunciare il nome di un familiare, considera che potrebbe stare facendo qualcosa di molto più sofisticato di quanto sembri: potrebbe stare imparando. Aggiornando la sua mappa del mondo, collegando suoni a significati, costruendo una comprensione silenziosa e precisa di tutto ciò che lo circonda.

I gatti imparano parole non perché qualcuno li abbia addestrati a farlo, ma perché sono animali cognitivamente capaci, evolutivamente adattati alla vita accanto agli esseri umani e naturalmente portati a osservare, registrare e interpretare. Riconoscere questo non è solo scientificamente corretto: è il primo passo per costruire con loro una convivenza davvero rispettosa e arricchente. E forse, la prossima volta che il tuo gatto finge di non sentirti, potrai almeno consolartι sapendo che ti ha capito benissimo — ha solo deciso di ignorarti. Il che, in fondo, è tutto sommato rassicurante.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.