Curiosità

L’effetto Bouba-Kiki nei cani: come associano i suoni alle forme

Effetto Bouba-Kiki: come i cani associano i suoni alle forme

Capita a volte di chiamare un cane con un nome tondeggiante e morbido — Bouba, Luna, Momo — e di avere l’impressione che risponda con una certa dolcezza. Poi ci sono i nomi secchi, spigolosi, pieni di consonanti dure, e anche lì il cane sembra percepire qualcosa di diverso. Non è solo suggestione: uno studio dell’Università di Parma, pubblicato nel 2026 sulla rivista Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, ha dimostrato che l’effetto bouba-kiki funziona anche sui cani, aprendo una finestra inaspettata su come i nostri amici a quattro zampe percepiscono il suono e il mondo visivo che li circonda.

Cos’è l’effetto Bouba-Kiki e da dove viene

Per capire perché questa scoperta sui cani è così rilevante, bisogna fare un passo indietro fino al 1929, quando lo psicologo tedesco-americano Wolfgang Köhler osservò per la prima volta un fenomeno curioso durante i suoi esperimenti sull’isola di Tenerife. Köhler mostrò ai partecipanti due forme: una arrotondata e morbida, l’altra angolosa e appuntita. Poi chiese loro quale delle due si chiamasse takete e quale baluba (nella versione del 1947 le parole divennero kiki e maluma). Il risultato fu straordinario nella sua coerenza: la stragrande maggioranza delle persone, indipendentemente dalla lingua parlata, associò la forma tonda al suono morbido e la forma appuntita al suono aspro.

Questo fenomeno prese il nome di effetto Bouba-Kiki e divenne uno dei capisaldi della psicolinguistica moderna. L’idea centrale è che esista una corrispondenza non arbitraria tra certi suoni e certe qualità visive o tattili — una specie di sinestesia di base, condivisa trasversalmente tra culture e lingue diverse. Per decenni, però, la ricerca si è concentrata quasi esclusivamente sugli esseri umani. La domanda che nessuno aveva ancora risposto con rigore scientifico era: questa associazione è esclusivamente umana, o è qualcosa di più antico, radicato in strutture cognitive condivise con altri animali?

Lo studio dell’Università di Parma: i cani scelgono come noi

I ricercatori dell’Università di Parma hanno affrontato questa domanda con uno studio specifico sui cani, i cui risultati sono stati pubblicati su Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences. La scoperta è netta: i cani associano spontaneamente il suono “Bouba” alle forme tonde e “Kiki” a quelle appuntite, esattamente come fanno gli esseri umani. Non si tratta di un comportamento appreso attraverso l’addestramento o il contatto con i proprietari: l’associazione emerge in modo spontaneo, suggerendo che abbia radici profonde nella cognizione animale.

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Questo risultato è significativo per più di una ragione. Prima di tutto, dimostra che l’effetto bouba-kiki nei cani non è un’esclusiva della mente umana. In secondo luogo, suggerisce che la corrispondenza suono-forma potrebbe essere un principio cognitivo condiviso da mammiferi con storie evolutive diverse, ma con sistemi sensoriali che si sovrappongono in modo rilevante. I cani, che hanno co-evoluto con gli esseri umani per migliaia di anni e che sono straordinariamente sensibili ai segnali vocali del loro proprietario, sembrano condividere con noi qualcosa di più profondo di quanto si pensasse: una grammatica percettiva di base.

Perché i cani potrebbero essere così sensibili ai suoni

I cani sono animali con un udito molto più raffinato del nostro: percepiscono frequenze che noi non sentiamo e sono capaci di distinguere sfumature tonali sottilissime nella voce umana. Non sorprende, quindi, che possano essere sensibili anche alle qualità fonetiche delle parole — alla loro consistenza sonora, per così dire — e non soltanto al significato convenzionale che gli abbiamo insegnato.

Quello che lo studio dell’Università di Parma aggiunge a questo quadro è che la sensibilità dei cani ai suoni non è puramente acustica, ma sembra includere una dimensione crossmodale: il suono evoca qualcosa che va oltre sé stesso, collegandosi a qualità visive o spaziali. È lo stesso meccanismo che nell’uomo produce l’effetto Bouba-Kiki, e il fatto che emerga anche nei cani in modo spontaneo è un dato che la comunità scientifica dovrà continuare a esplorare.

Vale la pena ricordare che i cani hanno sviluppato nel corso dell’evoluzione una capacità straordinaria di leggere i segnali umani — gesti, sguardi, toni di voce. Questa predisposizione potrebbe aver affinato anche la loro sensibilità alle proprietà intrinseche dei suoni, rendendo l’effetto bouba-kiki nei cani non una coincidenza, ma il prodotto di una lunga storia di comunicazione condivisa tra specie.

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Cosa possiamo imparare su come parliamo ai nostri cani

Lo studio non si spinge fino a formulare raccomandazioni pratiche sull’addestramento — e sarebbe prematuro farlo sulla base dei dati attualmente disponibili. Tuttavia, il fenomeno invita a una riflessione più attenta su come usiamo la voce con i nostri cani.

Alcune considerazioni che emergono naturalmente dalla ricerca:

  • Il tono conta quanto le parole. Se i cani sono sensibili alle qualità fonetiche dei suoni, è probabile che la texture acustica di ciò che diciamo — morbida o tagliente, rotonda o aspra — contribuisca al modo in cui il messaggio viene ricevuto.
  • I nomi non sono neutrali. Un nome con suoni aperti e vocalici (Lola, Bouba, Mago) potrebbe evocare qualcosa di diverso rispetto a un nome con consonanti occlusive e acute (Kiki, Tick, Zak). Non significa che un nome valga più dell’altro, ma che la fonetica porta con sé un peso percettivo.
  • La comunicazione è multimodale. Voce, gesto, espressione e contesto si intrecciano sempre. Questo studio aggiunge un tassello alla comprensione di quanto sia ricca e stratificata la comunicazione tra umani e cani.

È importante, però, non saltare a conclusioni pratiche che la ricerca non supporta ancora. Se il vostro cane fatica a rispondere ai comandi o mostra difficoltà comunicative, il consiglio rimane sempre quello di affidarsi a un educatore cinofilo qualificato o, per aspetti legati al benessere, al proprio veterinario.

Un ponte tra specie: cosa ci dice davvero questa ricerca

Lo studio dell’Università di Parma, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, è un contributo importante non solo alla cognizione animale, ma anche alla comprensione di cosa significhi condividere la vita con un’altra specie. Scoprire che l’effetto bouba-kiki nei cani esiste — che i nostri compagni di vita associano spontaneamente certi suoni a certe forme, proprio come facciamo noi — è qualcosa che va oltre la curiosità scientifica.

Ci dice che la mente del cane non è una lavagna vuota su cui scriviamo noi: è una mente con strutture proprie, con sensibilità percettive che in parte ci somigliano e in parte ci sorprendono ancora. Ogni volta che la scienza ci avvicina un po’ di più a capire come il cane vive il mondo, ci dà anche l’opportunità di essere proprietari più consapevoli, più attenti, più rispettosi di quello che il nostro cane porta con sé — compresa, forse, una sua personale grammatica dei suoni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.