Dietro la vetrina del cosiddetto “modello italiano” che l’ENCI ha portato a Bruxelles, lo scontro è piuttosto chiaro. Da una parte c’è chi sostiene che allevamento certificato, tracciabilità e controlli possano stare insieme e garantire il benessere animale. Dall’altra, invece, c’è chi avverte che così si finisce per dare una sorta di timbro di legittimità a un mercato che continua a far nascere cuccioli su richiesta, spesso seguendo mode estetiche e logiche di vendita più che i bisogni degli animali. Il confronto arriva a pochi giorni dal voto europeo del 28 aprile sul regolamento per cani e gatti e, al di là delle formule da convegno, mette sul tavolo una domanda molto concreta: l’obiettivo è davvero proteggere gli animali o semplicemente rendere più ordinato il loro commercio?
Più controlli e tracciabilità, ma senza alimentare la corsa agli animali di razza
È qui che le associazioni animaliste, a cominciare da LAV, vedono la contraddizione. Tracciare meglio cani e gatti, contrastare il traffico illegale, fissare regole minime su detenzione e vendita sono misure di buon senso. In parte, l’Italia si è già mossa in questa direzione, dalla legge sul randagismo del 1991 fino alle sanzioni penali contro il traffico illecito di cuccioli. Il nodo, però, arriva dopo: quando questi strumenti diventano il modo per far passare l’idea che l’allevamento regolato sia, di per sé, una garanzia di benessere. Per le associazioni non è così semplice. Anche l’allevamento più controllato resta una selezione decisa dall’uomo e per l’uomo, con tutto quello che ne consegue sul fronte delle razze, delle patologie ereditarie e della spinta all’acquisto. E per chi vive con un animale, le conseguenze sono molto meno teoriche di quanto sembri. Se il dibattito pubblico ruota quasi tutto attorno al “comprare bene”, finiscono in secondo piano adozioni dai rifugi, sterilizzazioni, prevenzione degli abbandoni, controlli seri sul territorio. E invece è proprio lì che si gioca una parte decisiva del problema, perché il randagismo non si combatte mettendo un’etichetta più rassicurante sul mercato dei cuccioli.
Il benessere animale entra nel sociale e nella sanità, non si lascia al mercato
Le associazioni insistono su un altro punto, che in Italia si vede già in molte realtà locali, anche se in modo diseguale: il benessere animale non può essere lasciato soltanto al mercato. Non può ridursi a un rapporto privato tra chi vende e chi compra. Quando una famiglia rinuncia a curare il proprio cane perché le spese veterinarie sono troppo alte, quando un Comune non investe in servizi di prevenzione, quando i canili diventano luoghi di semplice permanenza invece che di recupero, il problema non è astratto. È insieme sociale e sanitario. Per questo le associazioni parlano di sostegni alle famiglie in difficoltà, veterinaria sociale, campagne pubbliche contro gli abbandoni, promozione dell’adozione e interventi continui sul territorio. Più che uno slogan, è un cambio di prospettiva: l’animale non come bene da scegliere in base al pedigree, ma come individuo dentro una relazione, dentro una casa, dentro una rete di servizi che oggi spesso manca o funziona solo a metà. Se davvero si vuole cercare un “modello italiano”, per le associazioni somiglia più a questa idea, ancora incompleta e piena di contraddizioni, che non alla difesa di un sistema basato sulla produzione selettiva di cuccioli.








