Allevamento

Razze, selezione e patologie: perché la certificazione degli allevamenti non chiude il dossier sul benessere

Razze canine
Razze canine e certificazione (velvetpets.it)

Lo scontro non riguarda la tracciabilità o i controlli, che servono eccome. Il punto è il significato politico che si cerca di cucire addosso a queste misure. La proposta che l’ENCI porta a Bruxelles come presunto “modello italiano” viene presentata come una via ordinata per garantire il benessere di cani e gatti. Ma chi si occupa di tutela animale da anni contesta altro: l’idea che allevamento certificato e benessere animale siano la stessa cosa. È qui che il discorso si blocca. Perché in Italia le norme contro il traffico illecito e per arginare il randagismo già ci sono. Resta invece aperta la questione più scomoda: la produzione stessa di cuccioli per il mercato.

La “selezione etica” basta davvero? Il nodo delle malattie genetiche e dei criteri estetici

La formula della “selezione etica” suona bene, rassicura, ma non chiude affatto il dossier. Chi conosce questo mondo sa che il problema delle razze non nasce solo dagli abusi o dagli allevamenti improvvisati. Nasce anche dai criteri con cui, da decenni, i cani vengono selezionati in base a caratteristiche estetiche o funzionali richieste dall’uomo. Musi schiacciati, schiene troppo inclinate, taglie portate all’estremo, pelli eccessivamente abbondanti: dietro molti standard di razza ci sono patologie respiratorie, articolari, cardiache o dermatologiche. E non spariscono solo perché l’allevatore è registrato o perché i passaggi sono tracciati. Al massimo si gestiscono meglio, qualche volta si contengono, ma il meccanismo resta lì. Per questo la critica rivolta all’ENCI non mette in discussione la necessità di fare ordine in un settore esposto anche al traffico illegale di cuccioli. Il punto è un altro: presentare la regolazione come prova della bontà del sistema. Non è così semplice. La certificazione può ridurre una parte degli abusi, ma non scioglie la contraddizione di fondo: si continua a far riprodurre animali seguendo parametri spesso costruiti su gusti, mode e valore commerciale. A Strasburgo, dove il 28 aprile è atteso il voto sul regolamento europeo, il rischio è proprio questo: passare dalla tutela degli animali alla legittimazione del mercato.

Dal cane come individuo con bisogni propri al cane come prodotto: il conflitto tra bisogni animali e interessi umani

Il punto più delicato, e anche il meno raccontato fuori dagli ambienti specialistici, è proprio questo passaggio: dal cane come individuo con bisogni propri al cane come bene selezionabile, prevedibile, riproducibile. La LAV contesta all’ENCI una visione ancora legata al controllo, alla performance, alla genealogia, mentre una parte della cultura veterinaria e comportamentale italiana da tempo si è spostata verso un altro modo di pensare il rapporto con l’animale. Non è una discussione teorica. Quando il mercato spinge verso il cucciolo “giusto”, con certe caratteristiche e una certa provenienza certificata, l’adozione dai canili scivola in secondo piano. E con essa finiscono più indietro anche le politiche pubbliche di prevenzione del randagismo e il sostegno alle famiglie che già vivono con un animale. Il paradosso è evidente: si può combattere il traffico illegale e, allo stesso tempo, continuare ad alimentare la domanda di cuccioli di razza, cioè il motore che tiene acceso il sistema. In Italia la legge quadro sul randagismo e le norme penali contro il commercio illecito esistono già. Semmai il problema è quanto vengano applicate davvero, in modo uniforme, e quanto si investa nei controlli e nelle alternative. Il “modello italiano”, se proprio si vuole chiamarlo così, somiglia più a una tensione irrisolta che a una formula da esportare: da una parte la spinta a riconoscere l’animale per quello che è, dall’altra un impianto che continua a trattarlo come un prodotto da certificare meglio.

Change privacy settings
×