Chiamarlo “modello italiano”, come fa l’ENCI alla vigilia del voto europeo del 28 aprile sul regolamento per benessere e tracciabilità di cani e gatti, rischia di portare il discorso dove fa più comodo a chi alleva e vende cuccioli. Il punto, infatti, non è far passare l’idea che in Italia manchino le regole e che la risposta stia tutta nell’allevamento certificato come garanzia di tutela. Le regole, in gran parte, ci sono già da tempo. Il vero nodo è un altro: come vengono fatte rispettare, con quale continuità e con quante differenze da una zona all’altra del Paese.
Dalla legge 281/1991 al reato sul traffico illecito: gli strumenti che l’Italia ha già
Se si guarda alle norme, l’Italia non parte affatto da zero. La legge 281 del 1991, quella sul randagismo, resta ancora oggi uno dei riferimenti più avanzati in Europa: punta al controllo della popolazione animale, vieta la soppressione dei cani randagi salvo i casi previsti dalla legge, assegna un ruolo preciso ai Comuni e ai servizi veterinari e, soprattutto, indica una strada chiara, quella delle adozioni dai rifugi, invece di continuare ad alimentare l’ingresso sul mercato di nuovi animali. C’è poi il fronte penale. Il traffico illecito di cuccioli non è affatto una zona franca, ma un reato già perseguito, in particolare con la legge 201 del 2010, nata anche per fermare un fenomeno che per anni ha portato in Italia animali dall’Est Europa, spesso troppo piccoli, malati, con documenti falsi e destinati a una vendita lampo.
Ed è qui che la lettura proposta dall’ENCI mostra il suo lato più contestato. Le misure di tracciabilità, i controlli sugli spostamenti, gli standard minimi per detenzione e commercio non sono certo un’invenzione dell’ente che rappresenta il mondo della cinofilia di razza. Fanno parte di un quadro più ampio discusso a Bruxelles. Presentarle come prova che allevamento regolato e benessere animale coincidano è un passaggio che molte associazioni, a partire da LAV, non accettano. Perché una cosa è dire che servono registri, microchip e controlli seri. Un’altra è usare questi strumenti per rendere più digeribile il mercato dei cuccioli, lasciando sullo sfondo temi centrali come le adozioni, la prevenzione del randagismo e le patologie legate alla selezione di razza.
Il vero punto debole: non il vuoto normativo, ma l’applicazione a macchia di leopardo
Chi segue questi temi da anni lo sa bene: il problema italiano non è l’assenza di norme, ma la loro applicazione disomogenea sul territorio. Ci sono Regioni dove anagrafe animale, controlli veterinari, campagne di sterilizzazione e gestione dei canili funzionano in modo almeno discreto. E ce ne sono altre dove tutto resta più fragile, più lento, più esposto a falle e scorciatoie. La stessa legge sul randagismo ha prodotto effetti molto diversi a seconda delle risorse dei Comuni, dell’efficienza delle Asl veterinarie e del peso dato alle convenzioni con rifugi e canili.
In questo quadro, parlare di “modello italiano” come se esistesse una linea chiara, uniforme e condivisa è una semplificazione che regge poco. Semmai c’è un doppio binario: da una parte norme già solide, dall’altra un’attuazione diseguale che spesso lascia spazio a commercio opaco, controlli sporadici e a una cultura ancora troppo legata all’animale di razza come prodotto desiderabile. È per questo che il passaggio europeo di queste settimane viene seguito con attenzione. Le nuove regole possono aiutare a stringere le maglie contro gli abusi. Ma possono anche diventare, se lette in un certo modo, un modo per legittimare un sistema che continua a produrre cani e gatti in base alla domanda, mentre canili e rifugi restano pieni e il tema del rapporto con l’animale, come individuo e non come oggetto selezionabile, continua a restare scomodo.








