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La proposta ENCI al Parlamento Ue e il nodo di fondo: tracciabilità sì, ma senza trasformare il benessere animale in mercato dei cuccioli

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Proposta Enci al parlamento (velvetpets.it)

Il 28 aprile il Parlamento europeo voterà una proposta su benessere e tracciabilità di cani e gatti. Può sembrare una materia per addetti ai lavori, ma in realtà tocca questioni molto concrete: da dove arrivano i cuccioli, come si contrasta il traffico illegale, quali regole devono rispettare allevatori e venditori. In questo passaggio si è inserita anche l’ENCI, che a Bruxelles porta quello che chiama “modello italiano”. Ed è proprio su questa formula che si è aperto lo scontro: per LAV, quel modello non racconta una tutela più rigorosa degli animali, ma il tentativo di dare una patina rispettabile al mercato dei cuccioli.

Il voto Ue del 28 aprile su cani e gatti e il nodo del “modello italiano” portato dall’ENCI

La proposta europea mette insieme misure che, prese singolarmente, hanno una linea chiara: più tracciabilità, controlli più severi, contrasto al commercio irregolare, standard minimi per detenzione e vendita. Il punto, però, è un altro: non si tratta di strumenti creati dall’ENCI, come lascia intendere il racconto sul presunto “modello italiano”, ma di un impianto comunitario che prova a fissare regole comuni in un settore dove continuano a prosperare zone d’ombra, passaggi poco trasparenti e un traffico di cuccioli che muove soldi veri. In Italia, del resto, alcune norme esistono già da anni: la legge sul randagismo del 1991, il divieto di soppressione come risposta ordinaria, il ricorso alle adozioni, le sanzioni penali contro il traffico illecito introdotte nel 2010. Il problema, semmai, è che tra le norme scritte e la loro applicazione resta ancora una distanza evidente, soprattutto quando si parla di controlli. Ed è qui, secondo LAV, che si gioca l’operazione politica: usare la cornice europea della tracciabilità per far passare l’idea che allevamento certificato e benessere animale siano quasi la stessa cosa. Non è una sfumatura. Se passa questo messaggio, cambia anche il modo in cui cittadini, futuri proprietari e legislatori guardano a cani e gatti: non più individui con esigenze proprie, ma prodotti selezionati dentro un mercato da rendere più ordinato.

Perché LAV contesta l’equazione tra allevamento certificato e tutela animale

La contestazione di LAV parte proprio da qui e va dritta al punto più scomodo. Anche quando è regolato, l’allevamento resta riproduzione selettiva guidata da interessi umani, che possono essere estetici, commerciali o legati alla performance. L’etichetta della “selezione etica” prova a rendere tutto più accettabile, ma non cambia il nodo di fondo: molte razze si portano dietro fragilità genetiche note e caratteristiche spinte oltre quello che serve davvero all’animale per vivere bene. Per l’associazione, quindi, spostare il dibattito sulla sola certificazione vuol dire evitare la domanda più delicata: ha senso continuare a produrre cuccioli come beni da immettere sul mercato mentre rifugi e canili restano pieni e il randagismo avrebbe bisogno di politiche pubbliche serie, non di slogan? È una discussione che pesa più di quanto sembri. Pesa su chi compra un cane convinto di fare una scelta “sicura” e poi si ritrova con spese veterinarie alte. Pesa su chi adotta e vede l’adozione finire in secondo piano. Pesa anche sui Comuni, che devono gestire gli animali abbandonati con risorse spesso limitate. LAV dice che la tracciabilità serve, e su questo il terreno comune c’è. Ma contesta il momento in cui diventa il lasciapassare per legittimare la filiera della vendita. Il punto, in altre parole, non è scegliere tra allevamento certificato e illegalità: è una contrapposizione falsa, che semplifica troppo e copre tutto il resto. Sullo sfondo resta una domanda che la politica continua a rimandare: se il rapporto con gli animali stia davvero andando verso il riconoscimento della loro individualità, oppure se ci si stia limitando a rendere più presentabile il mercato dei cuccioli.

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