Curiosità

Galline senza testa, quanto c’è di vero: perché Mike sopravvisse e perché di solito accade solo per pochi secondi

Galline senza testa, quanto c’è di vero: perché Mike sopravvisse e perché di solito accade solo per pochi secondi
Galline senza testa, quanto c’è di vero: perché Mike sopravvisse e perché di solito accade solo per pochi secondi

Galline senza testa, quanto c’è di vero: perché Mike sopravvisse e perché di solito accade solo per pochi secondi

La storia della gallina, o meglio del gallo, che continua a vivere senza testa non è una storiella di campagna buona per impressionare i bambini. Un caso vero c’è stato, ed è quello di Miracle Mike, diventato famoso negli Stati Uniti nel 1945. Ma il punto è un altro: quella vicenda non dimostra che una gallina possa vivere normalmente dopo una decapitazione. Dimostra, semmai, quanto conti dove passa il colpo e quali parti del sistema nervoso restano intatte, anche solo in parte.

Il caso Miracle Mike: il colpo sbagliato che lasciò intatto il tronco encefalico

Mike sopravvisse per 18 mesi, ma non perché si possa vivere davvero “senza testa”, almeno non nel senso comune dell’espressione. Sopravvisse perché la decapitazione non fu completa. Il colpo gli portò via gran parte della faccia e una parte del cervello, ma lasciò al suo posto una porzione del tronco encefalico, cioè la struttura che governa funzioni automatiche come il respiro e il battito. Restarono anche una parte dell’esofago e un orecchio. È questo il dettaglio decisivo.

I proprietari lo tennero in vita nutrendolo direttamente nell’esofago con acqua e cibo liquido. Da lì nacque il fenomeno da fiera che lo rese celebre. Il mito, però, col tempo è andato oltre i fatti. Mike non prova che le galline possano cavarsela senza testa: prova che, in casi rarissimi, una decapitazione incompleta può lasciare attivi i centri nervosi minimi necessari alla sopravvivenza. Un’eccezione, appunto. Non la regola. Ed è anche per questo che il suo caso viene ancora citato a ottant’anni di distanza.

Spasmi, ali che sbattono e falsa corsa: cosa succede davvero dopo la decapitazione

Chi ha visto un pollo appena decapitato agitarsi nell’aia, sbattere le ali o fare qualche balzo spesso dice di averlo visto “correre”. In realtà, quella scena ha poco a che vedere con un movimento volontario. Quello che si vede sono scariche nervose residue e contrazioni muscolari fuori controllo, non un animale che continua a muoversi in modo consapevole.

Per qualche istante il corpo reagisce ancora, perché muscoli e nervi non si spengono tutti insieme. Le zampe possono irrigidirsi, le ali battere con forza e, vista da lontano, quella confusione può sembrare quasi una fuga. Ma una corsa vera richiede coordinazione, equilibrio, controllo dei movimenti. Dopo una decapitazione completa, tutto questo non c’è più. La leggenda della gallina che scappa senza testa, quindi, ha un piccolo fondo di verità visiva, ma resta una verità ingannevole, deformata da ciò che l’occhio crede di vedere in un momento rapido e violento.

Quando una gallina è davvero morta: i secondi tra attività cerebrale residua e arresto cardiaco

La parte più scomoda della questione riguarda il tempo. Tra la decapitazione e la morte completa non c’è sempre un istante preciso e netto. Per alcuni secondi può restare una attività cerebrale residua e, secondo le ricostruzioni scientifiche, questo intervallo può arrivare fino a una trentina di secondi prima della morte cerebrale vera e propria. Subito dopo, nel giro di poco, arriva anche l’arresto cardiaco.

È qui che nasce molta confusione. A occhio nudo, infatti, un animale può sembrare ancora vivo mentre sta attraversando gli ultimi secondi di attività neurologica e cardiaca. Qualche spasmo, un colpo d’ali, perfino un accenno di respiro possono dare quell’impressione. Ma, sul piano biologico, si tratta di una fase terminale molto breve, non di una sopravvivenza stabile. Mike fece eccezione perché non perse davvero tutte le strutture indispensabili. Nella maggior parte dei casi, invece, quello che resta dopo la decapitazione è solo un breve intervallo fra trauma, riflessi e morte: abbastanza per alimentare il mito, non per confermarlo.

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