Curiosità

Pappagalli, lo studio che cambia tutto: i nomi non sono eco ma riferimenti sociali

Pappagalli, lo studio che cambia tutto: i nomi non sono eco ma riferimenti sociali
Pappagalli, lo studio che cambia tutto: i nomi non sono eco ma riferimenti sociali

Per anni li abbiamo liquidati con una formula comoda: “ripetono e basta”, come se la voce di un pappagallo fosse poco più di un registratore con le piume.

Ma uno studio rimette in discussione questa idea e lo fa in modo netto: in molti casi, quei nomi pronunciati in casa, dal cane a una persona di famiglia fino al nome del pappagallo stesso, non sembrano suoni messi in fila per abitudine. Sembrano piuttosto riferimenti usati con coerenza, dentro rapporti reali, con un significato che cambia a seconda della situazione.

La ricerca che va oltre la semplice imitazione

Il punto non è capire se un pappagallo sappia ripetere una parola. Quello è noto da tempo. La vera domanda è un’altra: quella parola viene usata per indicare qualcuno? Ed è una differenza tutt’altro che piccola. Perché copiare un suono può essere un atto automatico; chiamare un individuo con il suo nome, invece, vuol dire legare quella parola a una persona o a un animale preciso, ricordarlo e usarlo con una certa continuità.

Il gruppo guidato da Lauryn Benedict, della University of Northern Colorado, ha lavorato proprio su questo confine. L’obiettivo era capire se nei pappagalli esistesse una forma di referenza, cioè la capacità di collegare un’etichetta vocale a qualcuno di preciso. Dai dati raccolti emerge che, in molti casi, la risposta è sì: i pappagalli non usano i nomi a caso. Li pronunciano in situazioni sociali riconoscibili, per salutare, richiamare l’attenzione, chiamare qualcuno o inserirlo in una frase in modo non casuale. Gli autori restano prudenti, anche perché una parte delle osservazioni arriva dai proprietari e quindi porta con sé un margine di soggettività. Ma il segnale che arriva dallo studio è chiaro: non siamo davanti soltanto a imitazione meccanica.

Many Parrots, i numeri che danno peso allo studio: 1.202 casi, 63 specie, 802 frasi con nomi

Il lavoro si basa sul progetto Many Parrots e sul sondaggio “What Does Polly Say?”, che tra ottobre 2020 e agosto 2024 ha raccolto una mole di dati ampia per ricerche di questo tipo. Le segnalazioni hanno riguardato 1.202 pappagalli di 63 specie. Per 884 esemplari sono state registrate parole e frasi effettivamente usate.

Dentro questo gruppo, i ricercatori hanno individuato 802 frasi contenenti nomi, pronunciate da 413 pappagalli: quasi la metà dei casi presi in esame. Ma qui non contava solo la quantità. A fare la differenza era soprattutto la situazione in cui quei nomi comparivano: se venivano pronunciati in presenza o in assenza della persona chiamata, se servivano a richiamarla, se tornavano nel tempo con una certa regolarità. Alla fine il team ha isolato 131 esempi di uso appropriato dei nomi, prodotti da 88 pappagalli appartenenti a 30 specie. Non è un campione che chiude la questione una volta per tutte, ma basta per rendere il quadro molto più solido: il comportamento non appare limitato a pochi casi isolati o a qualche animale fuori dal comune.

Quando chiamano chi non c’è, il dettaglio che li avvicina alla referenza

Il passaggio più interessante, e forse anche quello più pesante, riguarda i casi in cui il pappagallo nomina qualcuno che non è visibile. Qui il discorso cambia davvero. Non c’è un volto davanti da imitare, né un suono appena sentito da restituire. In diverse segnalazioni, gli uccelli sostituivano nomi diversi nella stessa frase a seconda di chi avevano davanti, chiedevano di una persona assente oppure richiamavano un individuo specifico senza averlo sotto gli occhi.

È proprio questo il punto che avvicina il loro comportamento a una forma iniziale di referenza: il nome non coincide più con un rumore dell’ambiente, ma con l’idea di qualcuno. Nel mondo animale esistono già sistemi di identificazione individuale — delfini ed elefanti lo mostrano da tempo — ma i pappagalli aggiungono un elemento particolare. I loro suoni sono infatti appresi socialmente e, nei casi osservati, arrivano dal linguaggio umano. Restano aperte molte domande. La principale è questa: se sanno usare nomi imparati da noi, sarebbero capaci anche di crearne di propri? Lo studio non lo dimostra, e infatti gli autori invitano alla cautela. Però per chi vive con un pappagallo e da anni osserva richiami che sembrano avere un destinatario preciso, questa volta non si parla più soltanto di impressioni di casa.

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