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Dentro il metodo: come sono stati raccolti i dati sui pappagalli che usano i nomi

Dentro il metodo: come sono stati raccolti i dati sui pappagalli che usano i nomi
Dentro il metodo: come sono stati raccolti i dati sui pappagalli che usano i nomi

Quando si legge che i pappagalli usano i nomi con un senso, la tentazione è fermarsi lì, al dato che incuriosisce e colpisce.

Ma il cuore della notizia è soprattutto un altro: come sono stati raccolti i dati. Lo studio pubblicato su PLOS One, infatti, non nasce in laboratorio, con animali osservati dietro un vetro, ma nelle case, dentro la vita di tutti i giorni di chi con quei pappagalli convive davvero. Ed è proprio questo a rendere la ricerca più interessante, ma anche più delicata da interpretare.

Il sondaggio “What Does Polly Say?” e il ruolo dei proprietari

Il team guidato da Lauryn Benedict, della University of Northern Colorado, ha costruito il lavoro attorno a un grande progetto partecipativo, “What Does Polly Say?”, legato all’iniziativa Many Parrots. Tra ottobre 2020 e agosto 2024 i ricercatori hanno raccolto le segnalazioni dei proprietari di pappagalli domestici, chiedendo non solo quali parole o frasi gli animali pronunciassero, ma anche in quali situazioni le usassero. Ed è un passaggio tutt’altro che secondario: non si trattava semplicemente di contare quante volte un pappagallo ripete un suono, ma di capire se quel suono venisse usato per riferirsi a qualcuno in modo coerente.

I numeri sono ampi: 1202 pappagalli di 63 specie, con dati linguistici ritenuti utilizzabili per 884 esemplari. Senza il contributo diretto dei proprietari, uno studio del genere, almeno su questa scala, sarebbe stato quasi irrealizzabile. Chi vive con un pappagallo coglie sfumature che in un’osservazione breve possono sfuggire: sa distinguere una frase detta per abitudine da una pronunciata quando entra una persona precisa in stanza, oppure quando quella persona non c’è. Il punto debole, però, è chiaro fin da subito: la ricerca si regge in larga parte sullo sguardo umano, con tutti i rischi che questo comporta.

Dalle vocalizzazioni al contesto: come i ricercatori hanno classificato i nomi

Qui sta la parte più solida dello studio: non basta che un pappagallo dica un nome, bisogna capire come lo usa. I ricercatori hanno classificato le parole pronunciate dagli animali in base alla loro funzione apparente, separando i casi in cui sembravano riferirsi a persone, ad altri animali o allo stesso pappagallo. Ma non si sono fermati al vocabolario. A pesare è stato soprattutto il contesto: la presenza o l’assenza dell’individuo nominato, i tentativi di attirarne l’attenzione, la ripetizione dello stesso uso nel tempo.

Ed è qui che emerge il dato più interessante. In una parte delle segnalazioni, i pappagalli non sembravano limitarsi a ripetere parole sentite in casa, ma sceglievano nomi diversi a seconda della situazione, li inserivano in frasi più lunghe, salutavano una persona chiamandola per nome oppure “chiedevano” di qualcuno che in quel momento non era presente. Secondo lo studio, gli esempi ritenuti coerenti con un uso individualizzato del nome sono stati 131, distribuiti su 88 pappagalli di 30 specie. Non è la prova di un linguaggio simile al nostro, e nessuno studio serio lo sosterrebbe. Però basta a spostare la questione oltre la semplice imitazione meccanica.

I limiti dello studio: osservazioni soggettive e assenza di test controllati

Proprio per come è stato costruito, lo studio ha limiti evidenti, e gli stessi autori lo mettono nero su bianco. Il primo è la soggettività delle osservazioni: chi compila il sondaggio può interpretare un comportamento in buona fede, ma restare comunque influenzato dall’affetto per l’animale o dalla tendenza, molto umana, a vedere intenzioni dove magari c’è soltanto abitudine. Il secondo limite è l’assenza di test controllati, quelli in cui si isola una variabile per volta e si verifica se il comportamento si ripete davvero sempre nello stesso modo.

Per chi ha un pappagallo in casa, questa distinzione conta. E conta parecchio. Perché evita due errori opposti: da una parte l’idea, ormai vecchia, del pappagallo che parla “a vuoto”, come un registratore piumato; dall’altra il rischio di attribuirgli capacità che lo studio, allo stato attuale, non dimostra. Quello che emerge, semmai, è che questi animali sembrano usare parole imparate dagli umani con una flessibilità sociale più ricca del previsto. E che il modo migliore per capirli, almeno per ora, passa ancora dalle case, dalla convivenza quotidiana, da chi ogni giorno sente una voce chiamare per nome qualcuno e prova a capire se dietro quel suono ci sia davvero un pensiero, o qualcosa che gli somiglia molto.

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