Quarant’anni dopo l’esplosione del reattore, la domanda torna sempre lì, ed è la più concreta di tutte: un cane o un gatto nato a Chernobyl può entrare in casa senza creare rischi a chi lo adotta?
Per la ricerca, oggi, la risposta è sì. Con una precisazione, però, che conta: questi animali possono avere nell’organismo tracce minime di radioattività, legate all’ambiente in cui sono cresciuti. Ma i livelli misurati sono così bassi da non essere considerati un pericolo reale per le famiglie.
Dall’evacuazione del 1986 alle colonie nella zona di esclusione
Quando nel 1986 scattò l’evacuazione, migliaia di persone lasciarono case, cortili e paesi nel giro di poche ore. Spesso senza poter portare con sé gli animali. È da lì che nasce la popolazione di cani e gatti che ancora oggi vive nella zona di esclusione: non gli stessi animali di allora, ovviamente, ma i loro discendenti. Nel tempo si sono adattati a un territorio rimasto in bilico tra abbandono umano e ritorno della natura. I cani si sono mossi in gruppi, soprattutto vicino alla centrale e agli edifici dove ancora lavora del personale. I gatti, più schivi, si sono presi strutture vuote e villaggi fantasma. Chiamarli ancora animali domestici, ormai, è solo in parte corretto: alcuni restano abituati alla presenza dell’uomo, altri sono diventati del tutto selvatici. Ed è proprio questa differenza a rendere possibili i recuperi: gli esemplari più socializzati possono essere presi in carico da veterinari e associazioni, vaccinati, sterilizzati e poi trasferiti fuori dall’area contaminata.
Quanta radioattività accumulano davvero: i numeri dello studio del 2025
Il punto più delicato è l’accumulo interno di sostanze radioattive. Gli animali che vivono a Chernobyl scavano, mangiano piccoli resti, bevono acqua e si muovono in un ambiente dove la contaminazione esiste ancora, anche se non ha più nulla a che vedere con i livelli dei primi anni dopo il disastro. Uno studio pubblicato nel 2025 ha provato a misurare proprio questo effetto dell’esposizione continua, simulando anche la convivenza con un proprietario. I numeri aiutano a capire: per una persona che viva con uno di questi animali, la dose stimata sarebbe di circa 1,1 × 10⁻³ millisievert l’anno da un cane e 3,6 × 10⁻⁶ millisievert da un gatto. Parliamo di valori minuscoli, ben al di sotto dell’esposizione naturale a cui chiunque è sottoposto ogni giorno. Questo non significa che la radioattività sia un falso problema, né che sul piano biologico non lasci tracce: alcuni studi hanno rilevato anche differenze genetiche nelle popolazioni canine della zona. Ma sul piano pratico, per chi adotta, il quadro resta chiaro e rassicurante.
Adozioni in Europa e negli Stati Uniti: perché il rischio per le famiglie è considerato trascurabile
Negli ultimi anni diversi animali sono stati portati fuori da Chernobyl e affidati a famiglie in Europa e negli Stati Uniti, dopo controlli veterinari e percorsi di recupero. Il nodo vero, qui, non è tanto la radioattività quanto il loro passato. Sono animali che arrivano da un luogo duro, spesso diffidenti, a volte più abituati alle rovine che a una casa. Ma sul punto che più spaventa, la scienza è piuttosto netta: il rischio radiologico per le persone è considerato trascurabile. In altre parole, non c’è motivo di trattare questi cani e gatti come se fossero pericolosi per chi li accoglie. Se si portano dietro un’eredità, è semmai un’altra: fatta di isolamento, selezione naturale e sopravvivenza. Ed è forse questo che colpisce di più. Non tanto il fatto che arrivino da Chernobyl, ma che da un luogo lasciato indietro continuino ancora, in qualche modo, a cercare una casa.








